Francesco Marchianò

Psicologo, psicoterapeuta

Categoria: Famiglia

Alla ricerca delle proprie origini: il ruolo di chi ascolta

Non è facile provare a immedesimarsi in una ragazza o un ragazzo adottati che cercano di entrare in contatto con la propria famiglia di origine. Bisogna essere sinceri e ammettere che si può anche restare stupiti di non provare solo (o affatto) piacevoli sensazioni. Di fatto impone di decodificare una moltitudine di informazioni contrastanti. E’ impegnativo, forse impossibile e se poi accantoniamo il pensiero dell’immedesimazione e pensiamo solo allo stare accanto a qualcuno che ci conduce in una vita che lui stesso non conosce, che cerca un ritorno al senso e al significato del proprio nascere ed essere, ci rendiamo conto di quanto sia complesso. Ci porta, effettivamente, dove lui stesso non sa esattamente come stare, non sa spesso cosa trovare. Si tratta di non poter prevedere cosa si scoprirà e come si reagirà. Ascoltare, se non si è adottati in prima persona, il racconto di un ritorno concreto o di viaggio interiore, richiede saper sospendere sé stessi lasciandosi portare altrove, un altrove dove chi racconta ha vissuto un’assenza di controllo.

Chi è alla ricerca di queste proprie origini, quelle da cui si è stati separati (in particolar modo quando non se ne ha ricordo) ha bisogno di essere capito, compreso, incluso nella vita di chi ha il privilegio di essere stato scelto come ascoltatore, ma soprattutto ha bisogno che chi gli sta vicino si faccia includere. Deve essere uno scambio equo, un ascolto onestamente reciproco che non metta una distanza invalicabile.

Per dare un senso al divenire

Quando, a partire da una storia di adozione, si parla delle proprie origini ci si avvicina, con la mente, con il pieno delle emozioni, inevitabilmente anche all’abbandono e alla perdita, alla realtà che li ha causati. Si può ritornare a sentire, come quando si era bambini, di avere qualcosa che non va. Il ruolo di chi sta accanto, di chi ascolta allora, particolarmente se è un genitore adottivo, può dover diventare attivo perché deve contrastare questo pensiero. Deve far toccare con mano che ciò che è avvenuto, non è stato a causa di una carenza di chi è stato lasciato. Quando nasciamo non abbiamo alcun potere sulla nostra nascita, la subiamo, e per tutta la vita siamo vincolati a quel momento, vivi perché nati. Per questo la nascita ha (e deve avere nella narrazione di sé stessi) un grande significato ed essere collegata a tutto ciò che succede dopo. Per dare il senso al divenire della nostra vita, abbiamo la necessità di condividere, di guardare nella stessa direzione in cui guarda qualcun altro e abbiamo bisogno di farlo dall’inizio, quando noi c’eravamo ma non sapevamo come testimoniare il nostro esserci. Abbiamo bisogno di chi ci racconti, di testimoni. L’inizio, di fatto, lo narrano altri per noi, che c’erano e sapevano. E’ la storia della nostra storia, quella che ci piace (o dispiace) ascoltare, quella che ci dà il motivo, che ci inserisce in un quadro generale che riusciamo a comprendere. Dove non siamo soli, unici. Siamo tutti alla ricerca di una rassicurazione, di sapere che qualcuno ci vuole, che non siamo sbagliati. E così, come per la nostra nascita, dipendiamo da chi ci nutre e permette di non morire, e da chi può raccontare di averci fatto nascere, nutrito e protetto. Quando si è bambini qualcuno decide, ha il potere assoluto. Il senso della vita dei bambini lo dà prima di tutto chi decide di farli nascere ed è insito nell’essere umano poi esplorare, sapere, capire i perché di alcune scelte che riguardano sé stessi, soprattutto quelle scelte che noi non abbiamo preso.

INTERPRETANDO LA PROPRIA VITA

Niente, nell’interpretare la propria vita, è mai semplice e può ridursi all’essenza, solo alle sensazioni provate in ciò che accade nell’attualità. Le sensazioni del presente stesso, tra l’altro, sono frutto di vissuti che si sovrappongono fra il qui e ora ed esperienze del passato, un insieme di pensieri che scaturiscono da vissuti diretti ed indiretti, ricordi personali e raccontati da chi può avere memoria. Contattare le persone, che sanno cose importanti del passato della propria vita, è a volte un bisogno impellente nel tentativo di portare, quanto si percepisce di sé, a fluire in un unico percorso. Per quanto forse sia illusorio e poco conciliabile con la realtà, il tentativo è vitale perché la mente si concentra sulla decodifica di elementi che non possono contribuire alla piena conoscenza se non vengono intrecciate con altre informazioni.

Abbandonare un bambino è innaturale, il senso di colpa che si innesca nella figura accudente, quando non riesce, pur magari mettendocela anche tutta, a proteggere i propri piccoli è inevitabile. Chi è stato adottato pertanto si trova a dover gestire una contraddizione profonda. Ovvero deve riuscire ad affidarsi ai suoi genitori adottivi, considerarli incapaci di abbandonare, protettivi per tutta la vita pur sapendo che si può essere abbandonati, lasciati soli. Significa caricarsi di una profonda contraddizione, appunto, e uscirne mentalmente indenne. Per questo ha senso lavorare su quale dovrebbe essere la rete protettiva intorno a questi ragazzi che affrontano compiti di così vasta portata. E’ necessario ragionare sull’effettiva consapevolezza dei genitori adottivi nell’accompagnare i loro figli in questa complessa elaborazione imposta loro dalla decisione di altri. Questi altri, per tutta la vita saranno un pensiero costante, saranno immaginati mille e mille volte, nelle forme più diverse, potranno essere un pensiero camuffato, nascosto, inquietante, minaccioso, doloroso, potranno essere un pensiero esplicito. Ad un certo punto potrà diventare impellente sapere in un bisogno profondo sollecitato, spesso inconsapevolmente, da amici, parenti, compagni di classe che nei diversi contesti hanno avuto ruoli determinanti. Proprio questa inconsapevolezza diventa talora inquietante, questa interazione costante avvenuta troppo velocemente tante volte. Gli stimoli che ne conseguono, la crisi, a volte, sulla propria identità sfuggono agli occhi delle persone care che vivono accanto ai ragazzi adottati stessi.

Cosa succede a una persona che decide di rintracciare la sua famiglia di origine?

Quale è il bisogno che accompagna la scelta di voler incontrare, guardare in faccia le persone che avrebbero dovuto essere la famiglia, con cui condividere il bene e il male che la vita avrebbe loro riservato?  Incontrarsi significa vedersi, guardarsi, scoprire somiglianze, o dissomiglianze, avere sensazioni piene e vuote, delusioni. Incontrarsi significa soprattutto potersi toccare, avere un contatto fisico, sentire passare tracce di memorie inconsapevoli. La memoria è qualcosa di complesso e poco conosciuta. Abbiamo tanti modi per ricordare, le sensazioni che si possono provare, in alcuni momenti, possono riportare nel presente sensazioni potenti del passato, di quando si era molto piccoli. Scoprire un passato di accudimento nei primi giorni di vita è molto importante, ed inquietante nello stesso tempo, perché potrebbe non esserci stato. Se si osserva un bambino alla nascita, o anche dopo mesi di vita, non può non cogliersi la sua vulnerabilità, l’impossibilità di sopravvivere se non vi è accanto qualcuno che si prenda cura di lui o di lei, un’attenzione dalla quale dipende la vita stessa.  Quanto equilibrio viene chiesto alle persone adottate. Viene da chiedersi come sia possibile sottovalutarlo, archiviarlo chiedendo a qualcun altro di avere capacità che noi stessi non avremmo.

<<QUANDO SI PARLA DI RICERCA DELLE ORIGINI, SAPPIAMO PER CERTO DI COSA STIAMO PARLANDO?>>

Si può scegliere in effetti soprattutto di stare in ascolto, di chiedere. Qualunque risposta arrivi a quel punto va bene. L’esperienza è che delle origini se ne possa parlare ed anche agevolmente con i diretti interessati, purché si abbia presente fortemente il proprio limite nel comprendere. A volte si è in due a non capire; si possono dire parole quasi vuote, appositamente leggere, per portare avanti la conversazione. E va bene così.

Nel pensiero comune invece, si mettono distanze, si evitano vicinanze ed intimità e si tende a pensare che le origini di una persona adottata siano collocate lontane, in paesi lontani nel caso delle adozioni internazionali, misteriosi. Si immaginano persone diverse da noi, per modi di fare, linguaggi, usi. Eppure nessuna persona è diversa da noi, siamo anche noi persone. Basta guardare le somiglianze piuttosto che le differenze e possiamo capire che tutti abbiamo bisogno di respirare, nutrirci e stare insieme.

Le origini che ci interessano, quello che è necessario esplorare sono dentro di sé, in colui che, magari non ricorda o ricorda solo qualcosa, sono nel tentativo di pensare, nel desiderio di raccontare, nel provare a dire, nelle parole usate, nello sguardo che cambia, nelle mani che si muovono. Sono per la maggior parte nell’inconscio di una persona e il rischio è di essere così rozzi da avvicinarsi all’anima dell’altro con una violenta superficialità.

<< I LUOGHI PIÙ IMPORTANTI SONO QUELLI INTERIORI>>

Sentire nel profondo è già difficile, condividere con un nostro simile, va oltre i limiti dei nostri sensi a volte. Se io sono lì con lui e sto parlando del suo passato, quello che dà confusione, probabilmente dolore, è importante che io, che sono stato scelto per ascoltare, sappia, che sono il suo presente. La persona che ho davanti sta condividendo con me la cosa più preziosa che ha, il suo ora, anche quando parla di un tempo lontano. Certamente se mi porta con sé, se quella persona mi porta con sé, allora significa che devo starci, che non posso andar via anche se dovessi entrare in confusione o mi spaventassi. Fare ricorso a ciò che non conosciamo, alle risorse della nostra mente non catalogate è quanto può essere necessario per sostenere una persona che vuole sapere e elaborare il suo passato, se ha subito un abbandono. Un ricordo troppo doloroso è, spesso, insopportabile. Il ricordo dell’abbandono può essere insopportabile. Allora che fare? Bisogna non rendere più complesso ciò che lo è già. In aiuto può venire incontro proprio il presente, che troppo spesso si vive senza riconoscerlo. E stare nel presente, a volte, significa anche saper rimanere in silenzio. Rimanere in silenzio è addirittura necessario quando entrambi gli interlocutori sentono emozioni profonde e non hanno parole per esprimerle, uno sforzo nel dire qualcosa sarebbe come provare a ritoccare un’opera d’arte. Il senso di impotenza che accomuna potrebbe trasformarsi in senso di potenza dando voce ma, a volte, è davvero un errore interrompere il silenzio, dare parole riduttive a qualcosa che bisogna solo sentire, vivere. Le elaborazioni migliori avvengono dopo poche parole e molto silenzio intriso da vicinanza.

I luoghi più importanti sono quelli interiori, i luoghi fisici sono necessari per stimolare sensazioni ai primi. E questo può accadere solo se c’è coerenza, quella coerenza data soltanto da chi vive in prima persona il contatto con la propria storia. Qui le sovrapposizioni degli altri sono ostacoli, schermi e inciampi. Sembra esserci una corsa verso i luoghi fisici, una corsa agitata ed esplicitata che mette assieme gruppi di persone, genitori, figli ed operatori, sembra quasi un modo per compensare un senso di impotenza e di vuoto mal sopportato. Dipende da quanto protagonismo ha, in questa delicata operazione, chi partecipa a questi viaggi fisici, pensati e pianificati a tavolino spesso con figli adolescenti. Dipende da quanto protagonismo (troppo talvolta) hanno i genitori, accompagnatori o co-protagonisti.

Articolo apparso su Genitori si diventa http://www.genitorisidiventa.org/notiziario/alla-ricerca-delle-proprie-origini-il-ruolo-di-chi-ascolta

Questione di velocità

Partecipazione ad un articolo di Sara Leo pubblicato su Adozione in corso un articolo di Sara Leo dedicato alla genitorialità.

Quando aspettavo di diventare mamma non avevo mai pensato ai giochi che avrei fatto con mio figlio. Né se fosse stata femmina, né se fosse stato maschio. Oggi sono felicemente mamma di un ometto vivace e faccio sfrecciare macchinine per tutta la casa, faccio corse in ogni dove e invento mirabolanti avventure per auto da corsa parlanti. Insieme a mio marito giochiamo a fare i giudici di gara, poliziotti e furfanti a turno, nascondino, uno due tre stella e così via.  Insieme a noi c’è naturalmente nostro figlio, un vulcano a forma di bambino in continuo movimento. Se non sono gare della sua rossa fiammante, è una gara con mamma o acrobazie con papà e molto altro.

Quest’anno ha iniziato ad andare in palestra, come la chiama lui e l’insegnante ci ha fatto notare quanto sia un bimbo molto veloce in tutto, dal movimento, al linguaggio, al pensiero. Le emozioni, soprattutto la felicità e la frustrazione, spesso vengono inghiottite da questa velocità che trasforma tutto in movimento.

Rallentare

Stiamo imparando a rallentare e a dare un nome a quelle emozioni così difficili da spiegare. Soprattutto noi, mamma e papà, cerchiamo di mettere in pratica quello stare in contatto tutti e tre, necessario per costruire giorno dopo giorno il nostro noi.

A volte quando la forza di accelerazione è troppo forte, proviamo a moderare la velocità costruendo torri o garage per le macchinine, colorando o scoprendo pian piano i giochi di società noi tre insieme, ma soprattutto leggendo. Sì perché i libri ci riservano grandi avventure da leggere e da ascoltare, mentre lui attorciglia le sue dita nei nostri capelli per accoccolarsi e godere di quella lentezza che ci fa rallentare insieme.

E se questa bella sensazione venisse ricreata anche nei momenti in cui avvertiamo il sopraggiungere di quella spinta di accelerazione?

La parola allo psicologo

Ecco cosa ci dice in merito lo psicologo psicoterapeuta, dott. Francesco Marchianò, esperto di genitorialità e adozione.

“E’ legittimo per la mamma e il papà cercare di far rallentare il proprio bambino. Ricercare stratagemmi, la costruzione di garage dove sostare, è interessante sentirlo. A volte si riesce ed il gioco insieme diventa divertente e costruttivo per tutti i partecipanti, a volte non è così facile. L’irruenza non si placa ed i genitori sono in difficoltà. In questo caso parliamo di velocità che non consentono il confronto, che non danno la possibilità di guardarsi. Sono velocità, quelle, dove non si corre insieme, bensì ci si insegue.

Quando si ha veramente bisogno di scappare, non servono strategie creative, è troppo allettante, fra l’altro, per chi ha bisogno di correre fare lo slalom”.

“Ogni giorno fuori e dentro casa bisogna portare avanti una moltitudine di cose, più di quanto il tempo, finito di lavorare consente. In questa corsa, però, è assolutamente importante trovare il tempo per guardarsi. Come dicevamo, quando un bambino ha il desiderio di correre, non è sempre possibile fermarlo, non ha voglia di guardare nessuno. Si carica di energia, per motivi, che spesso sfuggono ai genitori. A scuola, con gli amici, mentre si fa sport, succedono tante cose che possono cambiare l’umore. Spesso un bambino non riesce subito a parlare quando gli è capitato qualcosa di spiacevole. Come se avesse un meccanismo a molle si carica silenziosamente per poi scattare, correre, dare fastidio, non si capisce il perché, a volte. L’energia accumulata, la trasforma in azione. Il solo desiderio, è di scappare via, fermandosi qualche decimo di secondo, unicamente per accertarsi che i genitori lo seguano con lo sguardo.

Non si potrà mai aiutare un bambino, se non capiamo i bisogni dell’adulto che è accanto a lui. Bisogna anche prendersi cura dei genitori. Non è raro, che un papà ed una mamma possono, avere un disagio, una difficoltà nella comunicazione. Sono eroici, a volte nei loro sforzi di sembrare sereni, per rassicurare i loro bambini. Questi sforzi, alla lunga, non premiano mai.

E così succede che, un genitore sovraccarico di pensieri, preoccupazioni, sia distratto e non sintonizzato e determini lui stesso un inasprimento della situazione.

Dobbiamo essere consapevoli, come genitori, che se insistiamo nel mettere da parte i nostri problemi, senza volerlo li carichiamo sui nostri figli. Mentre i bambini si scoprono e rivelano in qualche forma ciò che provano, la corsa è uno dei modi, l’adulto rimane immobile e diventa severo con se stesso e con gli altri. Il motivo che spinge entrambi è lo stesso, non sapere cosa fare ed evitare il confronto.

Il vissuto dei bambini passa nella vita dei genitori in maniera invisibile, basta un’espressione, un movimento veloce e la mamma ed il papà sono in allarme. Questo in qualsiasi famiglia.

Per aiutare bisogna sapersi aiutare, saper distinguere fra il proprio bisogno e quello dei figli. Per gestire le cose le intenzioni devono essere sincere, mai strumentali finalizzate al calmare l’umore dei piccoli. Ai bambini piace la sincerità”.

Genitori in gioco

A volte commettevo l’errore di fermarmi a decifrare comportamenti come fossero dei rebus, forse a volte capita ancora. Eppure mi accorgo sempre di più che nella quotidianità ciò che fa la differenza sia l’accogliersi reciproco e con rispetto e che questo influisce positivamente sullo stare bene, sul riuscire a sintonizzarsi e a crescere insieme. E’ bello rendersi conto che ognuno di noi tre può essere nutrimento per la nostra famiglia ed in modo naturale.

Con nostro figlio stiamo riscoprendo il linguaggio delle emozioni. Io prima di diventare mamma non ci avevo mai pensato, non credo nemmeno sia stato il diventarlo con l’adozione a far accendere la lampadina. Credo più che altro faccia parte dell’essere genitori che invita a mettersi in gioco, riservando l’opportunità di imparare sempre cose nuove. Il rallentare per ascoltarsi, il tollerare per comunicare meglio e il divertirsi perché le risate sono perfette sia con la velocità che con la lentezza.

Allo Specchio

Anni di vita vissuta e lavoro con le famiglie adottive mi hanno permesso di scrivere in prima persona. In tutta onestà non avrei saputo scriverlo in altro modo. Le sensazioni che mi attraversano e che provo sono quelle che scrivo.

Grazie a tutte le famiglie che mi hanno permesso di capire e condividere

Essere famiglia

Si non ci assomigliamo e allora? Questi sono i miei figli, i figli che ho voluto, ho cercato, aspettato e desiderato ogni giorno. Sono i miei figli e basta. Li guardo nelle fattezze, nella loro bellezza, nella diversità e penso, che famiglia siamo! Non è proprio come l’avrebbe immaginata mio padre o mia madre e sorrido! Mi rendo conto che siamo il presente ed anche il futuro, siamo coloro che rappresentano il mondo nel suo continuo mutamento. Penso a chi ci guarda per strada, so perfettamente che cosa guardano, però ogni respiro, ogni attimo che passa mi accorgo che non posso più a mia volta guardarli, non possiamo più soffermarci a notare gli sguardi curiosi, non possiamo più permettercelo. Non potremo mai controllare il pensiero di chi ci sta intorno, e se devo dire la verità non mi interessa. Non voglio più sapere cosa pensa chi non è attento alla vita, a quella vera.

Con loro

Quanto vivo ogni giorno aiuta a connettermi con ciò che ho bisogno di conoscere meglio, la vita dei miei figli, la complessità dei loro pensieri, la loro fragilità di quando erano neonati, che non ho conosciuto che riesco comunque a sentire. Voglio stare accanto a loro, anche mettendomi un po’ da parte se necessario, non potrò e non vorrò mai  perdere il contatto.

Siamo una famiglia diversa, ma diversa da chi, da che cosa? C’è una famiglia che potrebbe considerarsi più famiglia di noi? Se lo si dovesse pensare, avrei bisogno di sapere perché? Ho tanta tenerezza dentro di me che vorrei darne un po’ a chi non vede che se stesso riflesso. Io posso essere la sua immagine, un’immagine che non ripete fedelmente i suoi movimenti, ma può farne scoprire di nuovi e mostrare quanto più plastici possiamo essere noi genitori di figli che abbiamo adottato. Quante volte, un genitore biologico ha pensato, ha fatto congetture, e poi ci  ha guardato meglio e si è reso conto che non c’era nulla di diverso, ora siamo amici e ci arricchiamo reciprocamente delle nostre esperienze.

I complimenti

Quante volte ci hanno osservato e senza capire hanno parlato bene di noi, troppo bene, differenziando, rinunciando, così, ad avere un vero rapporto. Fa male essere guardati a distanza, essere pensati, essere oggetto di congetture, ipotesi varie. Fa male perché così si è persa un’occasione per entrambi di stringere amicizia, di mostrarci le fragilità di essere genitori in un percorso con figli che crescono e mutano continuamente. Vedi noi abbiamo delle diversità strutturali da voi, abbiamo una storia prima ed una storia attuale che deve includere entrambe. Siamo diversi perché le storie fra noi ed i nostri figli sono state separate per un certo tempo, ed anche se, in alcuni casi, si è trattato di giorni, c’è stata la presenza di altri genitori, della mamma, nostro figlio era stato generato prima che si generasse il nostro incontro con lui. Non è una cosa che si dimentica, non si può.

Ti spiego perché

Puoi immaginare, amico genitore, quanto sarebbe importante per me sapere che non pensi nulla di speciale, che ascolti soltanto, che l’unica cosa che ti interessa è conoscerci. Siamo, come tutte, una famiglia composta da individui, uno diverso dall’altro, puoi avere un rapporto con ognuno di noi e con tutti noi insieme, ti abituerai a vedere differenze che uniscono. Mi piacerebbe raccontarti la nostra storia, quella che ci accomuna e anch’io vorrei sapere la vostra. Forse io ho più bisogno di te di raccontarla. Il bisogno nasce forse dal fatto che i miei figli si troveranno a spiegare una, dieci, cento volte la loro storia e a volte a loro non andrà proprio di condividere cose private, eppure lo dovranno fare, perché sono sicuro che qualcuno sempre chiederà. Si dovranno rapportare con i loro paesi di nascita o con le loro origini non a molti chilometri da dove vivono oggi. Pertanto ho bisogno di sapere se mi sei amico, se puoi comprendere la nostra storia e, sono sincero, se tu comprenderai mi sentirò più al sicuro. Ho bisogno che i miei figli sappiano che hanno ed avranno in te e magari nei tuoi figli un punto di riferimento come i tuoi figli lo avranno in noi. Mi piacerebbe pensare che se mia figlia o mio figlio hanno bisogno di una persona amica a cui parlare della propria storia in modo diverso da come lo fanno con me troveranno dei coetanei disposti ad ascoltarli con rispetto.

Inclusione

Vorrei pensare che per i miei figli entrare a far parte della nostra famiglia, della nostra coppia, sia stato anche entrare a far parte di una società dove si vive bene, si è accolti, pensati, cercati, per come si è. Se posso credere in questo allora noi genitori ancor di più ce la metteremo tutta per indicare la strada, per essere un modello da seguire. Accoglieremo, sentendoci accolti, le difficoltà dei nostri figli con maggiore forza e determinazione per aiutarli ad un futuro migliore. Faremo conto sul genitore del compagno di classe, sugli insegnanti, su una conoscenza maggiormente diffusa dell’adozione e sulla possibilità di elaborare un abbandono per un bambino. Spesso non bastano le nostre rassicurazioni, è vero che siamo genitori, però è capitato e capita che siamo anche noi persone nuove, già va a scuola e sta ancora conoscendo le abitudini della sua nuova vita. E’ scioccato dal nostro potere su di lui, lo abbiamo portato con noi, sradicato dalla sua terra nativa e dalle sue abitudini. E’ entrato nella nostra vita molto di più di quanto noi siamo entrati nella sua. Io non voglio dire che i figli adottati sono speciali, però come si fa a pensare che non lo siano.

Il dono alla famiglia della scuola

Quando un insegnante, si abbassa per guardare negli occhi nostro figlio, quando lo guardanon per osservarlo, ma piuttosto per farsi guardare, per sentirlo con tutti i suoi sensi e a sua volta farsi sentire, respirare, per noi quell’insegnante rappresenta l’intero pianeta che parla la sua voce più dolce. Quando gli insegnanti e i genitori dei suoi compagni non si spaventano perché nostro figlio è irruento, (a volte lo è solo perché ha compreso la metà delle parole che si dicono in classe), noi prendiamo coraggio. Ci permette di collaborare ad un efficace piano di inclusione di nostro figlio e degli altri bambini che ne hanno bisogno. Se c’è una cosa che un genitore adottivo sa è che ha bisogno di confronto, di aiuto, condivisione. Ciò che avrebbero bisogno tutti i genitori del resto.

L’Ascolto

Quindi ben vengano proposte che partano dall’ascolto e non dal come dovrebbe essere. E’ proprio quest’ultima frase che spaventa noi genitori adottivi, forse l’avevamo anche noi in testa, il come sarebbe dovuto essere, poi abbiamo conosciuto loro, i nostri figli in carne ed ossa e la nostra mente, ancor prima di incontrali si è dovuta adeguare, ha dovuto accogliere altre informazioni, altri elementi a cui non si era mai pensato e cui era necessario far assolutamente riferimento. Si è profilato dinnanzi un orizzonte più ampio. Abbiamo da subito capito che è necessario, capire osservare, farsi passare dentro quanto succede ai nostri figli, distaccarsene quel tanto che basta per vederli meglio con l’unico scopo di entrare in sintonia e fare l’unica cosa di cui hanno bisogno accoglierli ed amarli nel rispetto reciproco.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén